Studi Biblici |
Genesi 2: 15
Da qualche mese il versetto sopra citato sta lavorando nel mio cuore e nella mia mente.
Questa notte ho dormito male, con un senso di rimorso, mi veniva da piangere. A scatenare questo stato d’animo ha contribuito uno spiacevole episodio accaduto nel condominio dove abito. Nel giardino condominiale si è formata una colonia felina e mesi or sono a una gatta sono nati dei micetti. Come tutti i genitori cercò un posto sicuro dove farli nascere. Anche gli uomini fanno cosi, appena sanno che diventeranno genitori cominciano a preparare la stanza che deve accogliere, proteggere e servire per i giuochi del nuovo arrivato. Con tutto l’amore che solo una mamma può avere essa si preoccupa di preparare tutto il corredino e il necessario per il bene più prezioso. Gli animali fanno lo stesso, avete mai osservato la cura che gli uccelli mettono nel costruire il nido? Sembra impossibile che un essere sprovvisto di mani possa con il becco intrecciare dei bastoncini e dei fili d’erba e fare delle costruzioni cosi perfette. Per amore ogni essere vivente aguzza l’ingegno. Anche la gattina del mio condominio ha fatto le sue valutazioni quando ha realizzato che sarebbe diventata mamma per la seconda volta. La prima cucciolata le morì, chissà quanto soffrì. Questa volta pensò di andare a partorire nella casa di una signora che li accudisce e che io, scherzando, chiamo “San Francesca da Pordenone”, una persona gentile e buona di cui la neo-mamma si fida. La gattina per circa 2 mesi si presentava davanti il portone e saliva in ascensore aspettando che qualche persona gentile le schiacciasse il tasto del sesto piano (non scendeva se non era il sesto piano, sembrava che sapesse contare) ed entrava per allattare i suoi piccoli che aveva, di nascosto, partorito. Infatti al momento del parto era entrata in casa con il pancione e ne uscì senza, partorì senza un lamento
e i piccini non miagolarono per alcune settimane, neanche la padrona di casa si era accorta che avesse partorito, con stupore, lo realizzò qualche giorno dopo quando si accorse che la pancia non c’era più. Mamma gatta per allattare i suoi piccoli aspettava pazientemente di non essere osservata. Quanta cura, quanto amore. Con pazienza e rispetto verso la neo mamma la mia vicina aspettò lo svezzamento e dopo li portò in giardino dove adesso vivono e giocano. Non vi racconterò con quanta cura sia noi che mamma-gatta cercammo di tutelare i micetti dai pericoli e dalla loro curiosità che li porta sovente a mettersi nei guai. Ora che sono più grandi la mamma li lascia soli ed anche noi abbiamo finito di controllarli. Qualche giorno fa è accaduto un fatto spiacevole. Un giovane ragazzo si è avvicinato ad uno dei gattini (hanno circa 4 mesi e mezzo) e ha cominciato a torturarlo con una pietra. Abbiamo temuto per la sua vita e prontamente portato dal veterinario che dovrà operarlo. Per fortuna una signora le cui finestre affacciano su quel lato del giardino si è accorta di quello che stava accadendo e il giovanotto è stato fermato in tempo.
Il versetto di Genesi dice che Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino perché lo LAVORASSE E LO COSTODISSE. Guardando il pianeta non credo che l’uomo abbia lavorato ma bensì tiranneggiato, sfruttato il giardino non per alimentarsi ma per arricchirsi; basti pensare all’inquinamento, all’emergenza dello smaltimento dei rifiuti più o meno velenosi che nascondiamo nel sottosuolo o nelle profondità marine, dello sterminio perpetrato nei confronti di tanti animali tanto da averne fatto estinguere la specie.
lavoràre [lavo'rare] (verbo intr. e tr.)
1 dedicare le forze del corpo e della mente a un mestiere, a una professione
2 trasformare un materiale per renderlo atto all'uso
Centinaia sono state le specie animali sterminate dall'uomo nell'epoca moderna; oltre il 95% delle estinzioni animali dal 1600 in poi sono state causate dalla caccia sfrenata, dalla distruzione dell'habitat, dai mutamenti climatici o dalla competizione con specie introdotte (non originarie del luogo).
Adesso meditiamo su cosa significa custodire.
Custode è chi sorveglia, protegge o vigila su qualcuno o qualcosa.
1 conservare proteggere tenere qualcosa di prezioso in un luogo protetto, per esempio custodire i gioielli in banca;
2 mantenere serbare conservare nel proprio cuore un ricordo (custodire un segreto);
3 sorvegliare tenere sotto sorveglianza, tenere d'occhio (custodire i detenuti; custodire una villa, ecc.)
Vi è un’altra parola che ha lo stesso significato ed è guardiano. Infatti, si può dire, indifferentemente, fa il guardiano o fa il custode.
Mi sento in colpa; non abbiamo vigilato e custodito il micetto. Lui si fidava di tutti noi e noi non abbiamo saputo proteggerlo. Mi sento in colpa verso questo giovane uomo che conosco da quando era piccolo, forse avremmo potuto essergli più vicini ed educarlo meglio al rispetto verso la natura. Spero e prego per lui (anche perché i suoi genitori sono stati avvisati e hanno sicuramente preso dei provvedimenti) e che questo gli serva a comprendere meglio quanto rispetto si deva a ogni forma di VITA. Dio ci ha posti sulla terra perché la lavorassimo e la custodissimo!
In Genesi 4:9 è scritto che il SIGNORE disse a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?»
Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?»
Noi, come i nostri progenitori (Adamo ed Eva), non siamo pronti a assumerci le responsabilità di ciò che facciamo. Anzi giustifichiamo gli atti più infami. Ogni giorno sui giornali si sente di qualche CAINO che ha ucciso Abele, di qualche genitore che non ha custodito la prole, di qualche coniuge che non ha custodito la promessa di matrimonio. È letta, ogni volta che un rappresentante dello stato unisce nel vincolo del matrimonio, la promessa che i due “innamorati” si fanno reciprocamente: nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, nella fedeltà e così via. Visti quanti sono i divorzi c’è da chiedersi: siamo affidabili? Dio ci ha affidato e comandato di custodire il Suo giardino e noi lo facciamo con impegno e responsabilità?
Signore perdonaci! Perdona e correggi soprattutto noi che, ci diciamo di essere “cristiani”, se con le nostre azioni non diamo gloria al Tuo Figliuolo Gesù. Perdonaci e correggici quando con le nostre espressioni e azioni non diamo lode al Tuo nome Santo. Abbi pietà di questa folle umanità. Ti chiedo perdono per ogni cattiva azione che si compie nel Tuo giardino. Amen!
| Autore: Clara - 14 Ottobre 2009 |
DONNE DI ALTO RANGO
“La regina del mezzogiorno comparirà nel giudizio con questa generazione e la condannerà; perché ella venne dalle estremità della terra per udire la sapienza di Salomone; ed ecco, qui c’è più che Salomone” (Matteo 12:42)
La regina di cui Gesù parlò era la regina di Seba (I Re cap. 10; II Cron. Cap. 9) che aveva fatto un viaggio lunghissimo per vedere se la fama che aveva udita intorno al re Salomone fosse vera o meno. Vedendo la sua sapienza ed osservando l’andamento del suo regno, “rimase senza fiato. E disse al re:’Quello che avevo sentito dire nel mio paese…era dunque vero. Ma non ci ho creduto finchè non sono venuta io stessa e non ho visto con i miei occhi. Ebbene, non me n’era stata riferita neppure metà! La tua saggezza e la tua prosperità sorpassano la fama che me n’era giunta! Beata la tua gente, beati questi tuoi servitori che stanno sempre davanti a te, e ascoltano la tua saggezza! Sia benedetto il Signore, il tuo Dio, il quale ti ha gradito, mettendoti sul trono d’Israele! Il Signore ti ha fatto re, per amministrare il diritto e la giustizia, perché Egli nutre per Israele un amore eterno!” Quante cose questa regina aveva capito! Beato chi, come lei, non si accontenta solo di udire parlare di Gesù! Chi Lo ha conosciuto può ben dire (come un inno cristiano in lingua Inglese) “Non me n’era stata riferita neppure la metà!” Gesù confrontava la regina di Seba con la gente della Sua generazione. Tanti di loro non dovevano percorrere lunghe distanze, come lei, per udirlo. E tanti di quelli che Lo avevano udito avrebbero pure fatto parte della folla che avrebbe gridato “crocifiggilo!” Altre donne di alto rango ebbero la possibilità di udire uomini dell’altezza spirituale di Giovanni il battista, e l’apostolo Paolo. Fecero tesoro delle opportunità? Vediamo come la storia si ripete nella vita di Erodiada e di sua figlia, che lo storico Giuseppe Flavio chiamò Salomè. Nella malvagità di madre e figlia, ricordiamo Izebel ed Atalia. Anche Izebel voleva la testa del profeta Elia, ma non ci riuscì. Giovanni il battista ( che Gesù stesso definiva“l’Elia che doveva venire”) denunciò il rapporto illecito fra Erodiada ed Erode. Erodiada lo odiava; mentre la sua voce tuonava nel palazzo reale, Erode lo ascoltava, e la cosa la preoccupava. Il suo piano per farlo tacere per sempre riuscì, e sua figlia ne fu complice. Il suo modo di ballare fu sensuale, e Erode promise di compensarla con qualsiasi cosa avesse chiesto. La ragazza domandò a sua madre”Che chiederò?” Anche le nostre figlie ci chiedono, forse non a parole, ma con un cuore che osserva ed assorbe, che cosa devono chiedere e desiderare dalla vita.
Salomè tornò da Erode con la sua richiesta diabolica: “Voglio che sul momento tu mi dia, su un piatto, la testa di Giovanni il battista,” e non ebbe orrore nemmeno quando la guardia portò a lei la testa di quel uomo santo, anzi, la consegnò a sua madre come un trofeo.
Oggi si dice “Un nome, una garanzia.” In quei tempi, il nome della dinastia Erode era “una garanzia” di sete insaziabile per il potere, di violenza, di inganni, di rapporti illeciti, perfino incestuosi, di adulterio. La loro storia è troppo lunga da raccontare qui, ma basta ricordare che la strage degli innocenti, mirata ad eliminare il neonato Gesù, fu compiuta da Erode il Grande, nonno di Erodiada; che fu Erode Antipa a dare l’ordine per la decapitazione di Giovanni il battista, e fu ancora un altro Erode (Agrippa I) ad uccidere di spada Giacomo, ed a farsi acclamare come un dio (Atti cap. 12). Pure le donne della dinastia erano prive di qualsiasi tenerezza femminile, bontà o senso di lealtà verso i loro mariti. Anche per loro, ricchezze e potere furono le cose più importanti.
Altre due di loro, le sorelle Berenice e Drusilla, pure pronipoti di Erode il Grande, furono presenti alla difesa di Paolo e udirono le sue parole, avvertirono il suo zelo (Atti 24:24;25:13,23;26:30).
La storia, non la Bibbia, fornisce i particolari della vita di queste due donne: Drusilla, la più giovane e più bella delle due, aveva lasciato il marito per sposarsi con Felice. Berenice, invece, all’epoca vedova, diventò consorte di suo fratello Erode Agrippa II. “Giunsero con gran pompa”ad udire Paolo, ma non fecero tesoro delle vere ricchezze di cui lui testimoniò.
Tutt’altra, invece, è la storia della moglie di Pilato: “Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire:’Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua.” (Matt. 27:19). Un versetto in mezzo a tutta la Bibbia; poche parole. Ma quelle poche parole dicono tanto di una donna che, in mezzo agli intrighi e giochi della politica, in mezzo all’ipocrisia delle folle che gridavano, ebbe il coraggio di voler salvare la vita di un uomo. Un uomo che, aveva capito divinamente, era giusto. A differenza delle donne della dinastia degli Erodi, lei amava suo marito, e non voleva che si macchiasse del sangue di un’innocente. Non riuscì a cambiare le circostanze, perché Gesù era venuto nel mondo per questo, ma secondo la storia, questa donna - Claudia Procula - ebbe molto interesse per la religione dei Giudei, e forse diventò una discepola di Gesù. Infine, ci occuperemo di Candace (non un nome, ma un titolo), regina di Etiopia. In Atti cap. 8 possiamo leggere come uno dei suoi ministri, un eunuco, fu evangelizzato da Filippo; tornando in patria con la gioia incontenibile della sua nuova fede, sembra molto probabile che la regina abbia sentito da lui “la buona novella.” Secondo la tradizione, anche lei credette. Sicuramente né anche gli adoratori del Sole nel suo paese avevano trovato una tale luce come quella che ora risplendeva nel viso e nella vita dell’ eunuco.
La storia lontana, recente e attuale, è tempestata di esempi di donne che con una corona in testa, ed avendo tutto ciò che noi comuni mortali potremo mai desiderare materialmente, non furono felici. Altre invece, furono degli esempi luminosi, come Elisabetta, una principessa Ungherese nel 13° secolo. Quando lei andava a meditare sulle sofferenze di Cristo, toglieva la sua corona, perché Lui era stato coronato di spine. Vendette i suoi gioielli più preziosi per sfamare il suo popolo in tempo di fame. Dopo la morte di suo marito, che amava profondamente, fu cacciata dal palazzo reale con i suoi quattro bambini piccoli. Finì i suoi giorni come povera in mezzo ai poveri che serviva, morendo a soli 24 anni.
“Figlie di re sono fra le tue dame d’onore.” (Salmo 45:9)
| Autore: Caterina - 14 Ottobre 2009 |
LOIDE E EUNICE
L’apostolo Paolo non era sposato, ma aveva tanti “figli spirituali.” Uno che gli era particolarmente caro era Timoteo. Due delle lettere che fanno parte del Nuovo Testamento sono state scritte da Paolo a Timoteo, ed in esse troviamo tanti cenni al carattere di questo giovane. Sembra che Timoteo avesse avuto un carattere mite, perfino timido. Forse era di salute un po’ cagionevole. Sicuramente la sua giovane età gli creava qualche problema. Ma nonostante tutto ciò, Paolo gli affidò degli incarichi molto importanti nell’opera della Prima Chiesa, incoraggiandolo e spronandolo lungo tutto il cammino, perché aveva visto la serietà del suo impegno. Scrivendo ai Filippesi, Paolo (da buon “padre” !) si vantava di Timoteo, dicendo : “Non ho nessuno di animo pari al suo che abbia
sinceramente a cuore quel che vi concerne. Poiché tutti cercano i loro propri interessi, e non quelli di Cristo Gesù. Voi sapete che egli ha dato buona prova di sé, perché ha servito con me la causa del vangelo, come un figlio con il proprio padre.” ( Fil. 2:20-22).
Timoteo era il tipo di figlio che ogni genitore cristiano sarebbe ben felice di avere. A vedere i risultati, si direbbe che il ragazzo fosse stato allevato in una famiglia molto unita e devota, cresciuto in seno alla Chiesa. Tutto questo è vero solo in parte, e quella parte riguarda la madre di Timoteo, Eunice, e sua nonna Loide. Il nome Eunice significa “una buona vittoria,” e davvero lei ha avuto la vittoria, una buona vittoria, su tutte le circostanze avverse della sua vita. In un’epoca (come la nostra) in cui tante donne cristiane si trovano a dover crescere i loro figli come madri “single”, separate, o senza un aiuto spirituale da parte del marito, la storia di Eunice è attuale più che mai.
Vediamola più da vicino…
Loide ed Eunice erano due donne devote, credenti nel Dio di Abraamo, Isacco e Giacobbe. Paolo aveva scritto a Timoteo: “Ricordo infatti la FEDE SINCERA che è in te, la quale abitò prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice, e, sono convinto, abita pure in te.” (II Tim. 1:5).
La loro fede era sincera e vivente, perché avevano fatto di tutto per tenerla accesa come l’unica lampada in mezzo a tante tenebre. Eunice è un nome di origine greca, il che fa pensare che il marito di Loide fosse greco. Che anche il marito di Eunice fosse greco, ne abbiamo la certezza. In quell’epoca tante donne non avevano la possibilità di scegliere da sole il marito. E non solo. Come famiglia, abitavano in una città senza neppure una sinagoga, perché i Giudei erano troppo pochi. Può darsi che tutti i compagni di Timoteo venissero da famiglie che adorassero degli “dei” quali Giove e Mercurio.
Loide ed Eunice avevano fatto della loro casa la “sinagoga” che mancava nella loro città, avevano coltivato il loro rapporto con il Dio d’Israele, ed avevano trasmesso a Timoteo quest’eredità spirituale. Più in là, Paolo avrebbe scritto a Timoteo: “ Persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate, e che FIN DA BAMBINO hai avuto
conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù.” (II Tim. 3:14,15).
Il capitolo 14 degli Atti racconta l’evangelizzazione che Paolo ebbe a Listra, la città di Loide, Eunice e Timoteo. Il capitolo non parla ancora di loro, ma è possibile che la famiglia devota avesse ricevuto, con altri, la salvezza in Cristo in quell’occasione. Fu pure a Listra che Paolo venne lapidato e trascinato fuori della città, perché creduto morto. Secondo la tradizione, la famiglia di Timoteo ospitò Paolo a casa propria la notte dopo la sua lapidazione. Non sappiamo se questo sia vero o meno, ma sicuramente avevano visto, nella vita dell’apostolo, che valeva la pena vivere ed anche morire per la nuova fede da lui predicata. Quando Paolo tornò un’altra volta a Listra. La famiglia era cresciuta nella fede al punto che “ c’era un discepolo, di nome Timoteo, figlio di una donna ebrea credente, ma di padre greco. Di lui rendevano buona testimonianza i fratelli che erano a Listra e a Iconio. Paolo volle che egli partisse con lui; perciò lo prese e lo circoncise a causa dei Giudei che erano in quei luoghi; perché tutti sapevano che il padre di lui era greco.” (Atti 16:1-3).
Il padre di Timoteo sembra molto assente nelle vicende familiari, tanto da far pensare che forse era già morto, perciò il sacrificio di Loide ed Eunice era stato ancora più grande. Con Paolo partì non solo loro nipote e figlio caro, ma anche “l’uomo di casa”, per quanto giovane. Non potevano farsi nemmeno delle illusioni sulla vita che sarebbe toccata a Timoteo, seguendo le orme di Paolo.
Conoscevano fin troppo bene le persecuzioni ed i pericoli che l’apostolo affrontava costantemente. Adesso come sempre, queste due donne avrebbero trovato in Dio, solo in Lui, la loro Rocca, il loro Rifugio.
D’altronde, era per questa consacrazione che avevano allevato Timoteo fin dalla più tenera età. Come tutti i figli dei credenti, anche Timoteo dovette prendere una decisione personale (“le cose che hai imparate e di cui HAI ACQUISTATO LA CERTEZZA”), ma il suo cuore era stato preparato dalla Parola che
gli era stata insegnata (“fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture le quali possono darti la sapienza CHE CONDUCE ALLA SALVEZZA mediante la fede in Cristo Gesù”). Paolo aveva costruito sulle fondamenta che la nonna e la madre di Timoteo avevano già posto nel suo cuore.
Il Nuovo Testamento parla tanto di Timoteo, ma molto poco di Loide ed Eunice. Tuttavia, quel poco basta per riempirci di speranza nelle nostre circostanze. Come un’altra donna di tempi ancora più antichi, Iochebed, la madre di Mosè, queste donne conoscevano una verità preziosa, cioè, che sulla mente di un bambino, come un foglio di carta nuova, bianca, è la madre che scrive per prima. Molti altri scriveranno dopo di lei, ma nessuno avrà il potere di cancellare ciò che lei ha scritto. Nonostante i loro limiti, avevano “ scritto” le grandi verità di Dio sul cuore di Timoteo.
Forse ci sono delle nonne cristiane che non hanno la libertà di portare i loro nipotini in chiesa, né di insegnare loro le cose di Dio quanto vorrebbero. Se queste donne sono limitate dalle circostanze, rimane loro ancora una via, la preghiera all’ Onnipotente, che non conosce limiti! Non posso dimenticare la testimonianza di una tale nonna cristiana. Abitava come unica credente con i suoi figli e nipoti. Per loro, lei e la sua fede erano all’antica; tutte le sue parole trovavano solo un terreno duro, impenetrabile, nei cuori di quelli che lei amava tanto. Una sera mentre la famiglia era riunita, lei disse che avrebbe dato la sua vita per la loro salvezza. Due giorni dopo, all’improvviso, morì…chi subito dopo, chi a distanza, i cari di questa donna trovarono davvero la salvezza di cui lei aveva parlato e per cui aveva tanto pregato.
Loide ed Eunice si trovarono, loro malgrado, con dei mariti che non condividevano la fede che era tutto per loro. Paolo scrisse dell’influenza che un solo credente può avere in situazioni del genere: “il marito non credente è santificato nella moglie, e la moglie non credente è santificata nel marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre ora sono santi.” (I Cor, 7:14). Eunice aveva camminato con il suo Dio in santità e fede. Nonostante tutte le altre influenze negative nella vita di Timoteo, come madre lei ha avuto una buona, anzi splendida vittoria! Seguiamo l’esempio di donne come loro, e non i consigli umani. Il loro Dio sarà anche il nostro, e si mostrerà potente anche per noi!
| Autore: Caterina - 14 Ottobre 2009 |
APFIA
La nostra lunghissima carrellata di donne della Bibbia sta giungendo alla fine. L’apostolo Giovanni scrisse la sua breve seconda lettera “alla signora eletta” ed ai suoi figli, ritenuta da molti di non essere una donna, ma piuttosto una comunità cristiana ed i suoi membri. I pochi versetti della lettera hanno come tema ricorrente l’amore e la verità.
Nel libro dell’ Apocalisse troviamo (nel capitolo 2) una falsa profetessa che viene chiamata Iezabel, probabilmente perché la sua vita somigliava a quella della regina malvagia. Le rimanenti figure femminili dell’Apocalisse sono simboliche: una donna rivestita del sole, la grande meretrice, ed infine, la gloriosa Sposa dell’Agnello, di cui facciamo parte anche noi che Lo amiamo.
Ma l’ultima donna di cui ci occuperemo si trova nel piccolo libro di Filemone. L’epistola contiene solo 25 versetti ed è quasi nascosta tra le epistole più conosciute e più citate. L’autore è Paolo,ormai “vecchio e adesso anche prigioniero per Gesù.” La lettera è personale ed in essa vediamo tutto l’affetto e l’umanità dell’apostolo. I destinatari della lettera sono “Filemone, nostro diletto e compagno d’opera, la sorella Apfia, Archippo, nostro compagno d’armi, e la chiesa che è in casa tua.” Apfia ha l’onore di essere l’unica donna chiamata per nome tra i destinatari di una lettera scritta da Paolo. Dai tempi antichi si ritiene che lei sia la moglie di Filemone, e la madre o sorella di Archippo. Benché l’epistola sia stata indirizzata principalmente a Filemone, Paolo ha voluto indirizzarla anche ad Apfia, sapendo che lei condivideva tutto il cammino della vita e della fede del marito.
Il nome Apfia significa “ciò che è fruttuoso.” Abbiamo iniziato questo studio delle donne nella Parola di Dio con Eva. Come “madre di tutti i viventi,” con suo marito, lei doveva “ crescere, moltiplicarsi e riempire la terra” – in altre parole, essere fruttuosa. Questo, Eva l’ha fatto. Ma, con l’entrata del peccato nel mondo, aveva perso per sempre il Paradiso. E non fu l’unico “paradiso” ad essere rovinato dal peccato. La famiglia cristiana dovrebbe pure essere una specie di paradiso, come dice un canto, nonostante le imperfezioni dei suoi membri e le prove della vita.
Però nei nostri tempi diventa sempre più raro vedere una famiglia cristiana in cui ogni persona ha fatto un’esperienza profonda e personale con Dio, senza aver voluto vedere prima se “il mondo” davvero non ha niente da offrirgli, senza aver bevuto dalla coppa amara del peccato. Per noi, nei nostri tempi, la lettera a Filemone è attuale più che mai.
La famiglia di Filemone era una famiglia consacrata. La chiesa si riuniva nella loro casa, ed anche a distanza Paolo aveva sentito parlare della loro fede e del loro amore verso tutti i credenti. Paolo stesso disse di aver provato una grande gioia e consolazione per l’amore di Filemone, perché per l’opera sua il cuore dei santi era stato confortato. E l’apostolo, conoscendo bene la loro ospitalità, non esitò di chiedere: “preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito.” In tutta quest ’opera d’amore, Apfia era accanto a suo marito. Insieme avevano costruito un’oasi di pace, di preghiera e di accoglienza.
Ma, come un lampo nel “cielo sereno” dalla loro oasi, un giorno il loro servo Onesimo fuggì. Non c’è motivo per pensare che non l’avessero trattato bene: l’uomo che aveva consolato i cuori di tanti, avrebbe mai potuto comportarsi diversamente con il suo servo? Sarebbe stata ipocrisia da parte sua. Molto più probabilmente, la fuga di Onesimo è stata motivata da una momentanea ribellione, una “crisi d’identità” come si direbbe ai giorni nostri. Proprio come avvenne al figlio prodigo, ed a tanti figli di credenti.
Onesimo, al momento della sua fuga, non era convertito. L’angoscia di Filemone ed Apfia doveva essere profonda, perché avevano fatto di tutto per mostrargli l’amore del loro Signore, sperando di guadagnare la sua anima. Sicuramente si chiedevano in che cosa avessero sbagliato. Perché Onesimo aveva scelto di ricambiare tanto bene con un gesto che gli causò solo dolore e vergogna? Nella sua fuga, Onesimo arrivò a Roma, dove Paolo, allora in carcere, potè condurlo alla salvezza. Onesimo- “mio figlio che ho generato mentre ero in catene”- come l’apostolo lo avrebbe chiamato, gli era diventato molto caro. Avrebbe tanto voluto tenerlo con sé, ma invece lo rimandò al suo padrone. “Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un tempo, perché tu lo riavessi per sempre,” Paolo scrisse a Filemone: parole di speranza nel corso dei secoli per tanti che credevano di aver perso per sempre una persona cara.
Adesso Filemone ed Apfia avevano ancora un altro “bene” da compiere, il bene del perdono: perdono per un servo che era fuggito e che, probabilmente, li aveva anche derubati, ed amore che “non addebita il male.” Onesimo gli fu restituito, non più solo come servo, ma adesso come un fratello, servo anche lui del loro stesso Dio. Il nome Onesimo significa “utile”, e Paolo riconosce che in passato era stato inutile nel suo servizio. Ma adesso le cose sarebbero diverse.
Sicuramente il desiderio più profondo e più caro ai cuori di Filemone ed Apfia era quello di vedere la conversione di ogni singolo membro della loro casa, Onesimo incluso. Questo desiderio non era stato esaudito subito, e nemmeno senza dolore. Ma alla fine hanno avuto quello che bramavano più di ogni altra cosa in questa vita. Qual è l’epilogo della loro storia? Vissero felici per sempre? Eternamente, sì! Fedeli in ogni cosa, furono fedeli al loro Dio fino alla fine. Secondo la tradizione cristiana, uniti nella fede e nell’amore, Filemone, Apfia, Archippo ed Onesimo morirono insieme, lapidati durante il regno di Nerone.
Forse nella vita di Apfia, Dio ha voluto lasciare a noi donne un’ultimo messaggio di speranza nella Sua Parola:
CHI CI HA CAUSATO DOLORE, POTRA’ ANCORA RALLEGRARE I NOSTRI CUORI.
OGNI NOSTRA PREGHIERA, COME OGNI NOSTRA LACRIMA, E’ STATA RACCOLTA DAL PADRE.
LE COSE E LE PERSONE POSSONO CAMBIARE; QUELLO CHE E’ STATO DEVASTATO POTRA’ ESSERE GUARITO.
IL BENE, ANCHE SE E’ STATO CAMBIATO PER UN TEMPO CON IL MALE, PORTERA’ IL SUO FRUTTO. L’AMORE ALLA FINE TRIONFERA’, ED AVREMO LA NOSTRA RICOMPENSA DAL NOSTRO DIO.
A Lui sia la gloria, ora e per sempre!
| Autore: Caterina - 14 Ottobre 2009 |
Per noi sorelle
| Autore: Caterina - 30 Aprile 2009 |
LUCA 9: 23 a 26
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MATTEO 21:42
| Autore: Clara S. - 30 Aprile 2009 |
Un nome una bugia, Palestina
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Marta e Maria
| Autore: Caterina - 2 Maggio 2008 |
Maria Maddalena e altre donne dal giornalino 57
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Proverbi capitolo 4 dal giornalino 57
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| Autore: Caterina - 25 Gennaio 2008 |
Proverbi cap. 3 La saggezza (o sapienza) ricompensa
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SEGNO
| Autore: CLARA - 25 Gennaio 2008 |
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